Dino Buzzati: "Inviti superflui" di un'anima inquieta

di Renato De Capua

 

Guida alla lettura di "Inviti superflui"

 

Questo racconto, con le movenze di un dialogo, si propone di rivelare al lettore l’esternazione delle inquietudini della degenerazione regressiva di un amore, dapprima vivo e forte, successivamente riflesso illanguidito di una carezza malinconica.

Si rivela così la duplice natura del sentimento: vita e decadenza della sua vitalità, che portano ad avere una maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità, specialmente nell’ambito della propria sfera interiore.

“Inviti superflui” è un  viaggio attraverso il dispiegamento della storia di un’anima inquieta, sofferente, giunta al punto in cui sente l’esigenza di soffermarsi per stilare il bilancio delle proprie consapevolezze e più nello specifico, di un amore.

Un amore che appare perduto, che s’intravede flebilmente tra le dune nebbiose della vita, ma che non cessa  di emanare la sua luce nel cuore del protagonista e che spinge questi a non piegarsi ai labili giochi del fato, a continuare, perlomeno, a riflettere.

“Vorrei” è la prima parola con la quale inizia la narrazione e ricorrerà più volte nel testo.

Ciò non deve stupirci, in quanto il condizionale designa di per sé l’aspetto del possibile dell’azione modale, incerta ma realizzabile, apre la riflessione a diversi spiragli d’indagine ma non la conclude. Non risponde agli interrogativi, lasciando aperte tante possibili conclusioni che il lettore soggettivamente può sancire.

Prima di leggere questo testo, dovremmo pensare di suddividerlo idealmente in fotogrammi. Si avrebbe così l’impressione di poter vedere la scena descritta, poi, man mano, andando avanti, di sentirsi parte stessa della descrizione, di viverla.

Chi di noi non ha sofferto, almeno una volta, per amore? Chi di noi, guardandosi dentro, non vorrebbe provare a correggere determinate scelte compiute in passato?

Tali quesiti accomunano l’umanità intera e di questo, Dino Buzzati, non poteva che esserne consapevole.

Il protagonista del racconto, vorrebbe poter ricordare “gli inverni delle favole”, quel tempo realmente trascorso a fianco della donna amata,  ma che favolisticamente vorrebbe poter rivivere nel suo presente, attualizzare quel tempo “in cui si viveva insieme senza saperlo”.

Dalle prime righe emerge subito un’opposizione climatica, quella del freddo invernale e quella di un’ipotetica e utopica “calda stanza” nella quale l’amante vorrebbe stringersi accoratamente con l’amata, guardare dall’esterno le “strade buie e gelate”, in una parola: riviversi.

Ovviamente, l’opposizione climatica rinvia a una più visiva opposizione cromatica, suggerita proprio dal clima delle stagioni alle quali si allude.

Più avanti, dopo una disquisizione su quanto l’uomo potesse dire al cuore della donna, egli stesso approda a una prima e straziante consapevolezza “ Io chiederei: <<Ti ricordi?>> ma tu non ricorderesti”.

E allora questo potrebbe presagire la manifestazione di una resa della coscienza. La narrazione potrebbe arrestarsi, ma invece essa continua, riprende nuovamente vigore, proprio da quel “vorrei” iniziale che aveva condotto il trasognato ragionamento del protagonista allo scacco matto.

Ora l’amante vorrebbe passeggiare con la sua donna in un giorno di primavera, ma non pensiamo ad un quadro idillico-bucolico di un giorno di primavera.

Bisogna piuttosto pensare ad uno dei primi giorni della “bella stagione”, nel quale sopravvivono le deiezioni dell’inverno trascorso, con qualche foglia ingiallita ancora per le strade.

E in questo modo, la giornata sarebbe sì di primavera, ma rivestita da un velo sottile di malinconia. E secondo Buzzati, “in tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene”.

In questo breve passo citato dal racconto, si legge la definizione di poesia che l’autore vuole fornire al lettore e che è da considerarsi in maniera prioritaria per una corretta interazione con il testo. Esaminiamola. La poesia viene descritta come una viandante che erra in posti periferici, non avvezzi al mormorio della folla, in giornate atipiche, nelle quali aleggia uno spirito di malinconia, uno stato d’animo che maieuticamente conduce l’uomo all’autonarrazione  di se stesso, alla verbalizzazione delle proprie emozioni, all’empatica identificazione dello scrivente con la natura che lo circonda e con i suoi aspetti migliori e deteriori. La poesia viene quindi associata all’indefinito, al dubbio, al mistero.

Un’altra grande figura dello scenario letterario italiano contemporaneo, Alda Merini, scrisse che “le più belle poesie / si scrivono sopra le pietre/ coi ginocchi piagati /e le menti aguzzate dal mistero”, a conferma del fatto che la negatività del dolore può tramutarsi ed essere convertita in sorgente pura di poesia.

Ma Buzzati, in questo caso, va oltre perché approfondisce ed amplia le facoltà dell’agire poetico, affermando che quest’ultimo “[può congiungere] i cuori di quelli che si vogliono bene”, facendo sì che le anime possano mute dialogare.

Ma, questa riflessione di carattere metaletterario, viene infranta dalla razionalità del poeta che prende atto della diversità che lo separa dalla sua amata.

“Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.”

Eppure continua col dire di volersi fermare con lei a contemplare la natura estiva di un paesaggio boschivo: “E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne.”

Anche questo si rivelerebbe vano per la diversità ideologica che fa divergere i due: “E non diresti : <<Che bello!>> ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici.”

Un altro “vorrei”, questa volta con il tono dimesso e quasi rassegnato di chi ha bisogno di appoggiarsi ad un inciso come “lasciami dire” per poter portare a compimento il discorso, dà continuità al testo.

Ora l’amante vorrebbe camminare sottobraccio con l’amata durante un tramonto di un giorno di novembre, quando tra le strade e tra gli uomini, si possono incontrare delle ombre (i fantasmi della vita), dentro le quali albergano le inquietudini profonde degli uomini e che camminando “lasci[ano] dietro di sé una specie di musica”.

Ma l’uomo, ancora una volta, è consapevole del fatto che la donna che tanto ama e vagheggia, usando un’immagine petrarchesca, non si curerebbe di tali questioni, continuerebbe forse a camminare, senza riflettere, resterebbe in superficie, accontentandosi mediocremente della pochezza esteriore e non godendosi il presente accanto a lui: “E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa”.

Il protagonista sarebbe ugualmente felice di rivederla in qualsiasi ora del giorno o della notte o in qualsiasi stagione dell’anno, si piegherebbe alle sue esigenze e alla fine troverebbe una condizione di adattamento e di illusoria felicità.

Si giunge così all’epilogo: “Ma tu- adesso ci penso- sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.”

Così si conclude questo racconto: con l’amaro piacere di aver concesso alla mente di tradurre in parole il sentimento di un’assenza e della sua storia.

 

(Renato De Capua - Riproduzione riservata)

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