EUGENIO MONTALE: da “Ossi di seppia” a “Le occasioni” passando per il suo “male di vivere”

Eugenio Montale (Genova 1896 - Milano 1981)  è stato uno dei più grandi poeti italiani, oltre che giornalista, critico musicale e scrittore. I luoghi della sua infanzia costituiranno una continua fonte di ispirazione per la sua produzione letteraria. Le tappe fondamentali della sua poesia sono segnate dalle tre raccolte poetiche “Ossi di Seppia”, dato alle stampe nel 1925, “Le Occasioni”  pubblicate nel 1939, “La bufera e altro”  del 1956. Fin dagli anni della giovinezza, egli matura una visione prevalentemente negativa della  vita. Nella formazione di Montale confluiscono  opposte inclinazioni che danno vita a una poetica originale anche perché  combinate con la sua grande sensibilità. Ricevette, nel 1975,  il premio Nobel per la letteratura.

Ottenne  anche altri  riconoscimenti ufficiali: diverse  lauree honoris causa e la nomina a senatore a vita conferita, nel  1967, dal presidente  Saragat per  meriti in campo letterario.

Morì a Milano la sera del 12 settembre 1981, un mese prima di compiere 85 anni.

In limine  da "Ossi di Seppia" (Vai)

Montale, non amava la vita mondana e si  presentava come un uomo che scrive solo per il piacere di farlo, non come un letterato, anzi da “loro” prende le distanze nella poesia “I limoni”, tratta dalla raccolta “Ossi di seppia”:

“Ascoltami, i poeti laureati

si muovono soltanto fra le piante

dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti...”

Nella poesia di Montale balza subito agli occhi la sua visione pessimistica della vita. Una volta crollati tutti gli ideali romantici, niente sembra avere più senso. Tutto sembra oscuro e indecifrabile come se la vita fosse un enigma “irrisolvibile”. Per lui vivere  è come andare lungo un muro insormontabile con in cima cocci aguzzi di bottiglia  (Meriggiare pallido e assorto):

 

“E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.”

 

Questa muraglia impedisce di scoprire cosa si nasconde al di là e cela  lo scopo e il significato stesso della vita. Quindi un’angoscia esistenziale tiene l’uomo prigioniero e niente riesce a consolarlo. Nemmeno la poesia può offrire un valido aiuto. A supporto di questa filosofia, scrive Montale:  "non domandarci la formula che mondi possa aprirti", cioè non esiste una formula o un metodo per comprendere il senso della vita. La poesia non è in grado di offrire nessun aiuto all’uomo, può tentare solo di cercare la verità, ma non può  raggiungerla, può rappresentare il dolore e il “male di vivere” ma non può dare una risposta sul significato della vita. Ed ecco l’espressione "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” in “Non chiederci la parola”:

 

 “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

 

In questa poesia, dicevo, sicuramente tra le più citate, tratta da “Ossi di seppia”, il poeta sembra invitare il lettore a non fargli domande né sull'uomo, né sul significato  della vita. Egli ha solo dubbi e incertezze; l'ultimo verso è un dei più famosi  del poeta, spesso “recitato” da chi vuol sottolineare di non saper nulla, di essere impossibilitato ad  avere certezze su qualche fatto o evento.

"I limoni" è la poesia di Montale che più di tutte costituisce un vero e proprio manifesto della sua poetica. Ha un’importanza particolare perché in essa l’autore, prende le distanze dalla poesia aulica e accademica. Nel primo verso, che ho menzionato all’inizio, c’è prima una richiesta di ascolto rivolto al lettore e poi  quasi un prendere in giro i “poeti laureati”, che hanno ottenuto o ambiscono all’alloro, cioè alla consacrazione ufficiale come poeti. Li  paragona a piante “nobili” (i “bossi”, “ligustri” o “acanti”),  contrapposte all’immagine umile dei limoni, capaci però, pur nella loro "umile povertà", di rallegrare il cuore. "I limoni", piante povere, diventano il simbolo della poetica di Montale che descrive, in maniera semplice, le cose della vita. “Le mie poesie sono funghi nati spontaneamente in un bosco; sono stati raccolti, mangiati”, dirà in  “Intervista immaginaria” del 1946.

Ne “I limoni” si manifesta il relativismo prospettico della filosofia di Montale, il cui desiderio non è la ricerca di una verità assoluta, di per sé irraggiungibile, ma una delle tante verità possibili.

 

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.

 

Le occasioni” è il titolo della sua seconda raccolta di poesie, pubblicata nel 1939. La raccolta porta la dedica a I.B. Si è sicuri oggi, circa l’identificazione della donna. Sarebbero le iniziali della poetessa americana Irma Brandeis, di origini ebraiche e quindi costretta a rientrare in patria a causa delle leggi razziali. E’ lei la donna che compare più volte col nome di Clizia nei componimenti. Questa donna assume  le sembianze di una donna reale e, nello stesso tempo, la figura di donna che richiama la concezione stilnovista della donna che salva, che redime, dall’aspetto angelico e che rappresenta, per Montale, un'ancora di salvezza dalle brutture della vita. Questa speranza, che lo distrae momentaneamente dalla condizione di solitudine che egli vive, verrà  sviluppato in maniera più ampia nella raccolta “La bufera”.

Rispetto ad "Ossi di seppia", ne “Le occasioni” appare subito evidente qualche cambiamento nel pensiero del poeta, forse anche a causa del suo trasferimento a Firenze: dalla poesia in cui si "intravede" il  paesaggio ligure di “Ossi di seppia”, passiamo  a componimenti  che insistono maggiormente su una donna, Clizia appunto, che diventa una figura rappresentativa della poesia di Montale.

Ne “Le occasioni”, il pessimismo montaliano  assume quasi il carattere di una filosofia di vita, si sviluppa ulteriormente, accettando come un dato di fatto la discordanza del mondo e della vita che già si notava in “Ossi di seppiadove  si avvertivano anche influenze del simbolismo francese.

 

 

Non recidere, forbice, quel volto

 

Non recidere, forbice, quel volto,

solo nella memoria che si sfolla,

non far del grande suo viso in ascolto

la mia nebbia di sempre.

 

Un freddo cala... Duro il colpo svetta.

E l'acacia ferita da sé scrolla

il guscio di cicala

nella prima belletta di Novembre.

 

Le due quartine di questo breve testo, tratto da "Le occasioni", sono unite dalle metafore delle forbici che rappresentano il tempo e della potatura che è simbolo della dimenticanza, dell’oblio. Mentre la nebbia crea una sensazione d' oblio privandolo dei ricordi,  il taglio, la recisione vuol far capire che Montale, nonostante la sua richiesta “Non recidere, forbice, quel volto,“ viene privato persino della donna che ama. I  suoi  ricordi e gli affetti personali, a causa del tempo che scorre implacabile, sono svaniti;  perdita  rappresentata, oltre che dalle forbici, dalla “nebbia di sempre”.

Il freddo, che subentra a qualcosa che finisce, insieme alla nebbia, danno l’idea di estrema solitudine e debolezza. Anche la pianta di acacia potata e il guscio di cicala che cade a terra, rendono ancora più evidente questo stato d’animo.

Tanto ci sarebbe ancora da dire su Montale e la sua produzione letteraria, per il momento mi fermo a queste due significative raccolte, rimandando a un successivo “spigolare”, un approfondimento sulla poetica e sulle altre opere del poeta.

(© Alessia S. Lorenzi)

In limine  (Commento di Renato De Capua)

 

Godi se il vento ch’ entra nel pomario
vi rimena l’ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario.

Il frullo che tu senti non è un volo...  (Continua a leggere)

 

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